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Da:
B. Continenza, L'origine della specie, "I grandi delle scienze".
Darwin pp74-87.
A cura di Alessandra Grotta e Francesca Valentino (classe VXA 2002/2003).
Lo
scopo de l'Origin
In una introduzione Darwin presenta la struttura e lo scopo principale
dell'opera cioè quello di "acquistare una chiara visione dei
mezzi della modificazione e del coadattamento".
La
questione del concetto di specie.
Il concetto di specie: perché Darwin nell'Origin evita di definire
il concetto centrale della sua opera?
Nel II capitolo è lo stesso Darwin a dire di non voler definire
cosa intende per specie: nessuna definizione, infatti, accontenterebbe
tutti i naturalisti. Non solo: nel parlare di specie rischierebbe di cadere
negli errori tipici del pensiero essenzialista, andando alla ricerca di
caratteri fissi, immutabili, e ideali che nella realtà non esistono...
Il termine specie è dunque, secondo Darwin, applicato ai gruppi
di organismi, sulla base di criteri puramente di comodo; nella realtà
si può, infatti, parlare solo di individuo.
Per Darwin il termine specie non poteva essere separato dal termine varietà,
portando così ad un'idea di un'evoluzione divergente in cui le
varietà altro non sono che specie incipienti.
La
"lotta per l'esistenza"
La "lotta per l'esistenza" è un'espressione ambigua perché
viene intesa da molti in senso letterale.
Il punto di partenza dello studio di Darwin è la teoria di Malthus,
un economista inglese vissuto a cavallo tra il '700 e l'800 che nel suo
"SAGGIO SUL PRINCIPIO DI POPOLAZIONE" del 1798 sostiene che
mentre la popolazione aumenta con una progressione geometrica, le risorse
si sviluppano con una progressione aritmetica. deve necessariamente esistere
una lotta per l'esistenza, fra gli individui della stessa specie, fra
quelli di specie diverse, e di tutti gli individui contro le condizioni
fisiche della vita". Si tratta di una lotta metaforica da intendere
come competizione tra gli organismi per accedere alle risorse necessarie
alla sopravvivenza.
Nella lotta esce vincitore l'individuo, che possiede alcune caratteristiche,
particolari "VARIAZIONI", utili alla vita: sono queste che garantiscono
all'individuo di sopravvivere e poter quindi trasmettere ai suoi discendenti
"il vantaggio".
Darwin, dunque, estendendo a tutte le popolazioni di essere viventi, animali
e vegetali ciò che Malthus diceva riguardo alla popolazione umana,
guarda in modo nuovo al problema dell'evoluzione: centrale non è
più l'ambiente, ma la variabilità che si presenta in ogni
generazione di ogni popolazione; tra i cambiamenti, che sono casuali,
ce ne sono, infatti, alcuni che aumentano le probabilità che l'individuo
non muoia, sopravviva e tramandi le proprie caratteristiche: sono i cosiddetti
cambiamenti adattativi su cui, quindi, agisce la selezione naturale, conservandoli.
Per concludere la molla dell'evoluzione diventa la varietà, e il
meccanismo dell'evoluzione, la selezione naturale.
Selezione
naturale, la sopravvivenza del più adatto e Spencer.
L'espressione "selezione naturale" fu scelta da
Darwin per analogia a quella operata dall'uomo ma l'espressione "sopravvivenza
del più adatto" utilizzata da Spencer venne considerata ugualmente
valida, anzi a volte più idonea, infatti in conseguenza alle critiche
mosse per la scelta di "selezione naturale" Darwin decise di
utilizzare, nelle ultime edizioni dell'Origin, proprio la definizione
di Spencer.
Ma l'espressione "soppravvivenza del piu' adatto"
generò non poche polemiche. Prima di tutto ne venne sottolineata
la tautologia insita: sopravvive il più adatto, ma chi è
il più adatto se non quello che sopravvive?
Non solo: questa espressione fu all'origine della cosiddetta interpretazione
gladiatoria del darwinismo che vedeva gli uomini costretti per sopravvivere
a combattere e uccidersi.
Eppure Darwin aveva sottolineato più dì una volta la metaforicità
dell'espressione...
D'altra parte è anche però comprensibile la difficoltà
di "relegare" l'espressione ad un ambito puramente scientifico:
chi la coniò fu infatti il filosofo Spencer, dunque non uno scienziato,
per il quale il concetto d'evoluzione non era scindibile dal suo risvolto
metafisica.
Per
Spencer l'evoluzione era infatti il passaggio da un'omogeneità
indefinita a un'eterogeneità definita, durante il quale si può
parlare di progresso perché si procede verso organismi sempre migliori
e più complessi: un'evoluzione che ha già in sé il
fine ultimo, l'uomo.
Il
pensiero di Spencer trovò molti punti in comune con quello di Lamarck:
l'evoluzione era infatti anche per Lamark all'origine di una crescente
perfezione tra gli esseri viventi, tra i quali, quindi si innesca una
rigida gerarchia, la cosiddetta scala naturae, dalla quale emerge la concezione
di un mondo immobile e preordinato.
Il
concetto di natura per Darwin e il suo rapporto con gli aspetti filosofici
della teoria evoluzionistica delle specie.
Per Darwin la natura è l'azione combinata e il risultato di leggi
(sequenza di fatti accertati) naturali. Il concetto di natura è
per Darwin puramente scientifico: nonostante tutto la sua teoria sarà
interpretata da alcuni in senso filosofico anche se egli ribadisce più
volte che la selezione naturale non ha un fine, uno scopo, non è
guidata da nessuna forza misteriosa.
Proprio
perché la sua teoria vuole avere validità solo in campo
scientifico e non implicazioni metafisiche crolla con Darwin non solo
l'idea di un'evoluzione che è progresso ma anche di conseguenza
la concezione di una gerarchia tra gli esseri viventi, di cui il più
perfetto è l'uomo.
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