VIOLENZE

 

L’ABUSO SESSUALE CONTRO L’INFANZIA, UN’ARMA DI GUERRA

 

 

L’abuso fisico sulle donne e sulle ragazze è stato spesso considerato un deprecabile ma inevitabile sottoprodotto della guerra. La violenza sessuale costituisce sempre più una vera e propria arma strategica del conflitto, pianificata e utilizzata con lo scopo di demoralizzare, umiliare e costringere all’esodo la popolazione avversaria nel quadro della cosiddetta pulizia etnica.

Bambine e adolescenti sono i soggetti esposti ad un maggiore rischio di violenza sessuale durante un conflitto, essendo le prede più vulnerabili e ritenute maggiormente “sicure” dal punto di vista del possibile contagio dell’AIDS e delle altre malattie a trasmissione sessuale. Ragazze giovanissime così finiscono negli harem presso gli eserciti per soddisfare il desiderio dei combattenti. Molte di loro durante il corso della guerra rimangono incinte, ma devono continuare a combattere, a svolgere il loro compito nelle milizie, ad essere adoperate come oggetto sessuale, sia durante la gravidanza che dopo. La maternità costituisce un impedimento al loro inserimento nelle famiglie e comunità di origine dove a volte riescono a tornare, poiché spesso queste si rifiutano di accoglierle e aiutarle a causa di quelli che vengono considerati figli della colpa. Le ragazze, che devono far fronte ai profondi traumi fisici e psicologici, sono quindi costrette ad affrontare numerosi problemi tra cui mantenere i figli da sole. L’abuso sessuale rappresenta anche una brutale iniziazione per le bambine soldato. Ma a pagare un prezzo per la violenza sessuale sono anche altri bambini, quelli che hanno assistito allo stupro di madri e sorelle. In molti conflitti di lunga durata, ragazze e ragazzi vengono spinti dalle necessità economiche a prostituirsi, magari presso le stesse forze armate. Le conseguenze non sono ovviamente soltanto d’ordine psicologico. La violenza di guerra lascia tracce indelebili nel fisico delle giovani vittime: gravidanze precoci, aborti clandestini, AIDS, e altre malattie a trasmissione sessuale rendono molto elevata la mortalità fra le vittime d’abusi sessuali in tempo di guerra.

Lo stupro è una delle forme più insidiose di violenza alle quali sia stata assoggettata la popolazione in molte aree in conflitto. Diversamente dalle vittime delle armi e delle percosse, le vittime di questo crimine rimangono spesso nell'ombra,  hanno troppa paura e troppa vergogna per chiedere aiuto. Per quanto tragiche e devastanti siano le sue conseguenze, lo stupro non ha ricevuto l'attenzione che l'enormità del crimine e la gravità del suo impatto sulla popolazione meriterebbero.

 

 

 

Lo stupro distrugge la vita degli individui, traumatizza la popolazione e dilania la comunità. Anziché ricevere assistenza, le donne e i bambini sottoposti a violenza sessuale vengono emarginati. La terribile consuetudine di mettere in prigione le vittime dello stupro, anziché dar loro assistenza medica, va ad aggiungersi ad una situazione già terrificante in termini d’abbandono e di violenza. Fin troppo spesso le vittime di stupri non vengono curate adeguatamente quando si presentano a un ambulatorio. In molti posti la paura di venire maltrattate e stigmatizzate fa sì che le persone non richiedano le cure di cui necessitano.

 

 

“Quando fu attaccato il mio villaggio, scappammo tutti via. Durante la fuga, i soldati catturarono tutte le ragazze, anche quelle molto giovani. Una volta che sei nelle loro mani, sei costretta a “sposare” uno di loro, non importa se è vecchio come tuo padre o se è giovane, se è bello o brutto… sei costretta ad accettare. Se ti rifiuti, ti uccidono. E’ accaduto ad una delle mie amiche. Ti sgozzano come galline e neanche seppelliscono i corpi. Ho visto personalmente torturare una ragazza che non voleva “sposarsi”.

Jasmine, 16 anni

 

 

 

 

Materiale tratto da www.unicef.it