BAMBINE SOLDATO IN AFRICA

UN’INFANZIA DI ARMI E NON DI BAMBOLE

 

Troppo spesso nei rapporti e nelle iniziative internazionali, i termini generici "bambini soldato" o "bambini" si riferiscono soltanto ai ragazzi, anche se tra il 1990 e il 2003 le ragazze hanno fatto parte delle forze governative, milizie, paramilitari e/o dell'opposizione armata di 55 paesi e sono state coinvolte attivamente nei conflitti armati in 38 di questi paesi.

Le bambine erano viste principalmente come le "mogli" o le schiave sessuali dei combattenti adulti. Soltanto adesso sta venendo alla luce che le ragazze hanno avuto esperienze molto più complesse, svolgendo il ruolo di combattenti attive, informatrici, spie, corrieri, medici e infine schiave.

Nell'ultimo decennio le bambine sono state rapite e costrette a combattere in almeno 20 paesi tra cui Angola, Burundi, Liberia, Mozambico, Ruanda, Sierra Leone e Uganda nell'Africa subsahariana; Colombia, El Salvador, Guatemala e Perù in America Latina; Cambogia, Myanmar, Filippine, Sri Lanka e Timor-Leste in Asia; ex Repubblica Federale Jugoslava e Turchia in Europa.

 

Le bambine vengono rapite a 7, 8 anni e in genere sono impiegate come sguattere, costrette a cucinare, a raccogliere legna e acqua per i guerriglieri. Una volta raggiunta la pubertà, sono costrette a sposare uno dei capi della guerriglia, e a vivere in condizioni molto tristi, in harem composti da 3 o 4 compagne. La più giovane diviene la sguattera delle più anziane. Dopo i conflitti, le bambine rischiano di essere dimenticate ed escluse dai programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione: quelle che fruiscono di questi programmi sono, infatti, relativamente poche. Molte ritornano spontaneamente alle proprie comunità e non ricevono alcuna assistenza formale, portandosi dietro una serie di problemi psicosociale e fisici irrisolti.
Inoltre le giovani donne che sono state rapite o arruolate forzatamente da bambine, e che ritornano a casa con i "figli della guerra", rischiano di essere stigmatizzate e rifiutate dalle famiglie e dalle comunità per la vergogna che si attribuisce allo stupro e al fatto di aver partorito dei bambini concepiti con i propri rapitori. Le ragazze, che devono già far fronte ai profondi traumi fisici e psicologici, sono quindi costrette ad affrontare da sole numerosi problemi che vanno dal crescere e mantenere dei figli da sole, alle malattie trasmesse per via sessuale, all’AIDS. 

 

 

Poche ragazze sono sottoposte ai test o curate per le malattie a trasmissione sessuale, e questo aumenta il rischio di infezione da HIV e della sua trasmissione alle famiglie e alle comunità.

 

 

 

 

 

 

Statistiche e numeri

Sono 300 mila i bambini che si pensa siano stati arruolati dai gruppi armati, circa il 40% è composto da bambine e ragazze.
I paesi più colpiti da questo orrendo crimine sono Uganda, Congo e Sierra Leone, dove bambine dagli otto anni in su vengono prelevate dalle loro famiglie e costrette a lavorare per i gruppi armati, alcune come combattenti, altre come cuoche ed assistenti. Nella sola Uganda, sono circa 6.500 le bambine rapite dai ribelli dell'Esercito di liberazione del Signore, mentre altre 12mila si ritiene siano costrette ad entrare in organizzazioni armate nella Repubblica Democratica del Congo. Nello Sri Lanka sono 21.500.

 

 

 

 

Provvedimenti

Save The Children” ha parlato di “fallimento internazionale”. L'attuale programma di «disarmo, rilascio e reinserimento», coordinato dall'UNDP (il programma di sviluppo delle Nazioni Unite), dalla Banca Mondiale e dall'UNDPKO (il dipartimento per il mantenimento della pace delle Nazioni Unite) punta soprattutto al recupero delle armi e al rilascio dei ragazzi rapiti, mentre la fase di reinserimento viene affidata all’Unicef o a delle Ong che, però, non hanno i fondi necessari. Il risultato è che le bambine rimangono tagliate fuori.
Perciò Save the Children raccomanda una serie di interventi a lungo termine, volti a supportare le bambine a reinserirsi nelle comunità d’origine, e in particolare:
• compiere un’azione di mediazione con le famiglie e le comunità, per aiutare queste ultime a comprendere la coercizione a cui le bambine sono state sottoposte e quindi a non condannarle;
• aiutarle a trovare mezzi di sostentamento duraturi;
• dare loro accesso all’educazione e alla formazione professionale;
• supportarle psicologicamente per superari i traumi subiti;
• fornire loro assistenza medica, soprattutto correlata ad eventuali malattie a trasmissione sessuale come l’AIDS.

 

 

Testimonianze

Hawa ha otto anni quando i ribelli la portano via dal suo villaggio, nella Sierra Leone. Per otto mesi diventa «la moglie» di uno dei soldati. «Non mi sentivo bene - racconta - mi faceva male la pancia, sempre. Forse perché ero piccola, non avevo ancora le mestruazioni». Riesce a fuggire, ma quando torna al suo villaggio si accorge che l’inferno che ha subìto non la abbandonerà più: «Quando ho incontrato le mie sorelle è stato molto triste: mi discriminavano perché ero stata stuprata».

Zaina, 14 anni, viene violentata da un soldato congolese mentre sta andando a scuola. Torna a casa in lacrime e la famiglia la caccia di casa: «Mi chiesero come avevo potuto accettare quello che mi era successo».

Aimerance, 14 anni, viene convinta da un’amica a unirsi a un gruppo armato della Repubblica democratica del Congo. Di giorno combatte, di notte viene stuprata dai soldati: «Ogni volta che volevano, venivano e facevano sesso con noi. Gli uomini erano così tanti. Arrivavano uno dopo l’altro. Noi eravamo lì solo per fare quello che volevano. Anche se ti rifiutavi, ti prendevano lo stesso».

Rose, liberiana: «La gente del mio villaggio ha reso la mia vita molto difficile quando sono tornata a casa. Non posso stare con le persone della mia età. Mi trattano male perché ho un bambino. Per loro sono una prostituta e temono che possa incoraggiare le loro figlie. Nessuno mi parla».

 

Hawa, Zaina, Aimerance. Storie uguali a tante altre. Sono 120mila le bambine rapite o vendute a gruppi armati. Schiave sessuali, soldati, spie, cuoche, donne delle pulizie. In tutto il mondo. 6.500 in Uganda, 12 mila nella repubblica democratica del Congo, 21.500 nello Sri Lanka. Un piccolo esercito «invisibile» dimenticato dalla comunità internazionale. Eppure sono il 40% dei 300mila bambini soldato utilizzati nelle guerre. Save the children ha deciso di ascoltare le loro voci per capire come aiutarle a superare l’orrore e a reinserirsi nella comunità. Nel rapporto «Le vittime dimenticate delle guerra, le bambine nei conflitti armati», pubblicato in Gran Bretagna, l’organizzazione riesce, per la prima volta, a fornire dati, cifre e racconti di un fenomeno finora ignorato.

 

 

L'attuale sistema giuridico internazionale, compresa la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle donne, la pace e la sicurezza, fa appello agli Stati affinché condannino ed eliminino la violenza contro le donne. Tra l'altro, la Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell’adolescenza e il suo Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, sono tra le più importanti norme giuridiche internazionali per porre fine al rapimento e al reclutamento delle bambine e dei bambini nei conflitti armati. Tuttavia la protezione e il sostegno offerti alle donne che sopravvivono alla violenza durante le situazioni di conflitto in generale, e delle bambine soldato in particolare, sono ancora deplorevolmente inadeguati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Materiale tratto da www.unicef.it