DARFUR

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La crisi in Darfur, posto ad ovest del Sudan, resta una delle più gravi emergenze umanitarie dei nostri tempi, soprattutto per i bambini, che oltre ad essere esposti a violenze, malattie, alla malnutrizione e agli abusi dovuti alla distruzione del tessuto sociale in cui vivono, sono spesso costretti all’arruolamento forzato nei gruppi armati e condannati a imbracciare un’arma.

Secondo le fonti Unicef in Darfur sono più di 1,5 milioni i bambini esposti agli effetti della guerra, mezzo milione dei quali ha un età inferiore ai 5 anni.

Recentemente le Nazioni Unite hanno divulgato un comunicato dove si afferma che se nel sud del Sudan il numero di adolescenti costretti ad arruolarsi è sensibilmente sceso, nella regione occidentale è in forte crescita.

L’Unicef stima che 17 mila di loro vengono arruolati forzatamente e, dopo essere stati rapiti alla parte avversa, vengono costretti a combattere o sono vittime di abusi sessuali.

La piaga dei bambini soldato in questa regione dell’Africa è devastante, spesso oltre che in gruppi ribelli e in bande criminali i bambini vengono arruolati in eserciti paramilitari che combattono a fianco delle truppe regolari. Strappati con la forza dai villaggi più poveri per farli combattere, drogati dai loro aguzzini per renderli più coraggiosi, sono marchiati come bestiame per riconoscerne gruppo di appartenenza e, in alcuni casi, vengono trasformati in piccoli martiri negli attentati suicidi.

Sia l’ONU che l’Unicef hanno già lanciato l’allarme affinché questa ignobile pratica venga fermata e venga rispettata in ogni parte del pianeta la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvato dalle Nazioni Unite.

 

IL CONFLITTO

 

Il Darfur si trova ad ovest del Sudan, confinante con il Chad. Il conflitto comincia nel febbraio 2003 e vede contrapposti i Janjaweed, un gruppo di tribù nomadi Baggara, e la popolazione non Baggara (principalmente dedite all’agricoltura). Le stime sul numero delle vittime variano a seconda delle fonti, dalle 50.000 dell’organizzazione della sanità, alle 400.000 reputato più credibile dalle diverse ONG.

L'inizio del conflitto in Darfur viene generalmente fatto coincidere con il 26 febbraio 2003, quando un gruppo che si autodefiniva Fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendicò pubblicamente un attacco su Golo, quartier generale del distretto di Jebel Marra. Ancora prima di questo attacco, comunque, vi erano già state conflittualità in Darfur, quando i ribelli avevano attaccato stazioni di polizia, avamposti e convogli militari e il governo aveva risposto con un massiccio assalto aereo e terrestre alla roccaforte dei ribelli nelle montagne Marrah. La prima azione militare da parte dei ribelli fu un attacco condotto con successo contro un presidio militare in montagna il 25 febbraio 2002 e il governo sudanese venne a conoscenza dell'esistenza di un movimento ribelle unificato nel momento in cui venne attaccata la stazione di polizia di Golo nel giugno 2002. I cronisti Julie Flint ed Alex de Waal considerano che l'inizio della ribellione debba datarsi al 21 luglio 2001, quando gruppi Zaghawa e Fur si incontrarono nel villaggio di Abu Gamra e giurarono sul Corano di cooperare per difendersi da attacchi sostenuti dal governo contro i propri villaggi. È da notare che quasi tutti gli abitanti del Darfur sono musulmani, così come lo sono i Janjaweed e i leader governativi di Khartoum.

Il 25 marzo 2002 i ribelli occuparono la città-presidio di Tine lungo il confine del Ciad, confiscando grandi quantità di provviste ed armamenti. Nonostante la minaccia del Presidente Omar al-Bashir di "sguinzagliare" l'esercito, i militari avevano poche risorse a loro disposizione. L'esercito era già stato schierato sia a Sud, dove la Seconda Guerra Civile sudanese stava volgendo al termine, sia ad Est, dove i ribelli finanziati dall'Eritrea stavano mettendo in pericolo il completamento del nuovo oleodotto che collega l'area dei bacini petroliferi a Port Sudan. La tattica dei raid “colpisci e scappa” con jeep Toyota Land Cruiser, usata dai ribelli per attraversare velocemente la regione semi-deserta, impedì all'esercito, impreparato per operazioni militari nel deserto, di contrastare gli attacchi. Ciò nonostante, il bombardamento aereo contro le postazioni dei ribelli in montagna si rivelò devastante.

Alle 5:30 del mattino del 25 aprile 2003, una forza congiunta formata dall'Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) e dal Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza (JEM) penetrò ad al-Fashir su 33 Land Cruiser e attaccò la guarnigione addormentata. Nelle successive quattro ore, alcuni bombardieri Antonov ed elicotteri con armamento pesante (quattro secondo il governo, sette secondo i ribelli) vennero distrutti a terra, 75 soldati, piloti e tecnici uccisi e 32 catturati, compreso il comandante della base aerea, un Generale di divisione. I ribelli persero nove uomini. Il successo dell'attacco fu senza precedenti in Sudan: nei vent'anni di guerra nel Sud, l'Esercito ribelle di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA) non aveva mai compiuto una tale operazione militare.

 

VIA LIBERA AI JANJAWEED

 

L'incursione ad al-Fashir rappresentò una svolta decisiva dal punto di vista sia militare sia psicologico. Le forze armate erano state umiliate dal raid e il governo si trovò di fronte ad una situazione strategica difficile. Le forze armate avrebbero dovuto chiaramente ricevere un addestramento e una struttura adatti a combattere questo nuovo tipo di guerra. Inoltre vi erano preoccupazioni ben motivate riguardo alla fedeltà all'esercito dei numerosi sottoufficiali e soldati originari del Darfur. L'incarico di continuare la guerra venne dato all'Intelligence militare sudanese. Tuttavia, a metà del 2003 i ribelli vinsero 34 scontri su 38. Nel mese di maggio, l'SLA distrusse un battaglione a Kutum, uccidendo 500 persone e facendo 300 prigionieri, e a metà luglio, 250 persone vennero uccise in un secondo attacco a Tine. L'SLA iniziò ad infiltrarsi più ad Est, minacciando di estendere la guerra fino a Kordofan.

A questo punto il governo modificò la propria strategia. Dato che l'esercito continuava a subire sconfitte, l'azione di guerra passò nelle mani di tre nuclei distinti: l'Intelligence militare, l'Aeronautica e le milizie Janjaweed, pastori nomadi armati dell'etnia Baggara su cui il governo si era appoggiato per la prima volta per reprimere una rivolta dei Masalit scoppiata tra il 1996 e il 1999. I Janjaweed furono collocati al centro della nuova strategia per contrastare la rivolta. In Darfur furono fatte affluire risorse militari e i Janjaweed furono affiancati come forza paramilitare, muniti di attrezzature per la comunicazione e artiglieria. I probabili risultati di una tale scelta erano chiari ai pianificatori militari: nel decennio precedente, nelle Montagne Nuba e nei campi petroliferi meridionali, una simile strategia aveva provocato massicce violazioni dei diritti umani e deportazioni.

Le milizie Janjaweed, meglio armate, volsero velocemente la situazione a proprio favore. Nella primavera del 2004, diverse migliaia di persone — soprattutto non-arabi — vennero uccise e almeno più di un milione cacciate dalle proprie case, causando una grave crisi umanitaria nella regione. Tale crisi assunse una dimensione internazionale quando oltre 100.000 profughi si riversarono nel vicino Ciad, perseguitati dai miliziani Janjaweed che entrarono in conflitto armato con le forze governative ciadiane lungo il confine

La portata della crisi portò a temere un imminente disastro, mentre il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan avvertiva che il rischio di genocidio era una spaventosa realtà in Darfur. La vastità dell'azione condotta dai Janjaweed portò a paragonarla al genocidio del Ruanda, un paragone fortemente osteggiato dal governo sudanese. Osservatori indipendenti hanno notato che le tattiche, che includono smembramenti e uccisioni di non-combattenti e persino di bambini e neonati, assomigliano di più alla pulizia etnica impiegata nelle guerre in Yugoslavia, ma hanno anche aggiunto che la lontananza della regione impedisce a centinaia di migliaia di persone l'accesso agli aiuti. Nel maggio 2004, l'International Crisis Group (ICG) con sede a Bruxelles rivelò che oltre 350.000 persone avrebbero potuto potenzialmente morire a causa della fame e delle malattie.

Nel dicembre 2005, un attacco contro il villaggio ciadiano di Adre, vicino al confine sudanese, causò la morte di 300 ribelli e il Sudan fu incolpato dell'attacco, il secondo nella regione in tre giorni. L’intensificarsi delle tensioni nella regione portò il governo del Ciad a dichiarare guerra al Sudan e a chiedere ai propri cittadini di mobilitarsi contro il "nemico in comune ".

 

MAGGIO 2006

Il 5 maggio 2006 il governo del Sudan ha firmato un accordo di pace con l'Esercito di Liberazione del Sudan (SLA), respinto però da altri due gruppi ribelli minori, il Movimento di Giustizia ed Uguaglianza (JEM) e una fazione rivale dell'SLA.  L'accordo fu coordinato dal Vice Segretario di Stato statunitense Robert B. Zoellick, da Salim Ahmed Salim (per conto dell'Unione Africana), da rappresentanti dell'UA e altri ufficiali stranieri che operano in Nigeria, ad Abuja. L'accordo prevede il disarmo delle milizie Janjaweed, lo smantellamento delle forze ribelli e la loro incorporazione nell'esercito.

 

INTERVENTI UMANITARI

L' Unione Africana è presente nella regione con una forza di pace di 7.000 uomini, insufficiente per arginare la violenza delle milizie arabe Janjaweed, sostenute dal Governo di Khartum, la capitale del Sudan. Sono inoltre presenti 97 tra ONG e agenzie dell'ONU, con un totale di più di 14.000 operatori umanitari, per lo più concentrati a Nyala, capitale del Sud del Darfur. L'Italia è attualmente impegnata in Darfur con 5 ONG, distribuite nel Nord, Sud e Ovest del Darfur, impegnate in progetti di carattere sanitario e idrici. Sono tutte membri della Associazione delle ONG italiane: Cosv, Copi, Cesvi e InterSos del comitato "Darfur onlus", e la Alisei.

Da più di 30 anni operano in Darfur anche le Suore della Carità e i Padri Comboniani, ai quali si aggiunge la Caritas Italiana, mentre il Governo Italiano è presente con la Cooperazione Italiana allo sviluppo e le strutture sanitarie di Avamposto 55, che pur non avendo raggiunto gli obiettivi proposti, per mancanza di fondi, è oggi un attivo presidio medico di primo soccorso e di supporto anche nel training dei medici di Nyala.

 

FEBBRAIO 2007


Quella del Darfur è la crisi più nota, ma anche in altre regioni di questo immenso paese (il più vasto dell'Africa) si consumano le conseguenze di conflitti pluridecennali, a cominciare da quello che si è recentemente concluso nel Sudan meridionale grazie all'accordo di pace siglato nel gennaio 2005 (Comprehensive Peace Agreement).   
Eppure i media e l'opinione pubblica mondiale continuano a prestare scarsa attenzione a questa tragedia.  
L'UNICEF opera in tutto il Sudan con una rete di uffici operativi sul campo, realizzando interventi nei settori sanitario, idrico, igienico, educativo e con programmi volti alla protezione dell'infanzia

 

 

Darfur: aiuti a rischio per l'insicurezza

 

In Darfur (un'ampia regione composta da tre dei numerosi Stati che compongono la federazione del Sudan) le condizioni di insicurezza costituiscono, insieme alla carenza di fondi, il principale ostacolo agli interventi di assistenza umanitaria. 
 
Rapimenti, aggressioni, saccheggi e intimidazioni di ogni genere sono all'ordine del giorno, e colpiscono indistintamente la popolazione come gli operatori umanitari.
 
Negli ultimi 6 mesi, sono stati assassinati più cooperanti che negli ultimi 2 anni, e dicembre 2006 è stato il mese in cui è stato più arduo per i civili accedere agli aiuti umanitari dall'inizio del conflitto, nella primavera del 2004.
 
In questo clima, l'UNICEF e le altre agenzie ONU operanti sul terreno hanno lanciato un drammatico appello alle parti in lotta, paventando il rischio di una
 
I bambini coinvolti dalla guerra sono 1,8 milioni, e rappresentano metà dei 2 milioni di sfollati. Altri 90.000 bambini si trovano rifugiati in Ciad, dove 200.000 persone sono accolte in campi profughi allestiti oltre il confine.
 
Negli ultimi mesi, sono stati registrati 250.000 nuovi sfollati a seguito della recrudescenza degli scontri tra milizie governative, ribelli e bande armate.

Sudan meridionale: la pace non basta

Il Sudan meridionale continua ad essere afflitto dalle conseguenze di un conflitto durato oltre 20 anni e costato la vita a 2 milioni di persone.
 
La pace siglata nel gennaio 2005 tra il Governo islamista di Khartoum e la guerriglia dello SPLA (l'Esercito popolare per la liberazione del Sudan), espressione delle minoranze cristiane e animiste, non ha portato alla risoluzione di problemi strutturali quali la miseria, lo scarso accesso all'acqua e la persistenza di malattie tropicali altrove debellate. Le difficoltà sono acuite dai contrasti sull'utilizzo dei giacimenti petroliferi presenti nel sottosuolo.
 
Nel 2006 l'UNICEF ha contribuito alla vaccinazione di milioni di bambini: attraverso due successive campagne (febbraio-aprile) 4,6 milioni di bambini sono stati vaccinati contro la polio, mentre alla fine di luglio oltre 1,2 milioni di bambini sono stati immunizzati dal morbillo. Diversi altri milioni sono stati raggiunti con le vaccinazioni grazie alla campagna di massa realizzata a ottobre 2006, che ha mobilitato 4.000 operatori sanitari e volontari.

Un grande impegno è stato dispiegato dall'UNICEF anche nella lotta alla malnutrizione e per diffondere l'accesso all'acqua. Nel 2006 oltre 25.000 bambini affetti da malnutrizione grave o moderata sono stati curati nei centri nutrizionali sostenuti dall'UNICEF nel Sud Sudan. Sono quasi 900mila gli abitanti della regione che usufruiscono di fonti di acqua potabile (pozzi, impianti di depurazione, acquedotti) costruite o riparate grazie all'UNICEF.
 
Sempre nel 2006, gli interventi dell'UNICEF nel campo dell'istruzione (fornitura di materiali e attrezzature scolastiche, costruzione di edifici scolastici e allestimento di scuole temporanee di emergenza, formazione del personale insegnante) hanno permesso l'iscrizione alla scuola primaria di quasi 720.000 bambini nel Sud Sudan, un numero mai raggiunto prima nella regione.

Notevoli risultati sono stati infine ottenuti nella smobilitazione degli ex bambini soldato, dei programmi di reinserimento familiare e sociale e, più in generale, di protezione dei bambini a rischio. A fine luglio 2006, erano 1.113 i bambini smobilitati da gruppi armati, sia regolari che ribelli, in Sud Sudan; altri 700 erano inseriti nel programma di identificazione e registrazione preliminare al reinserimento familiare e sociale.

Per il 2007, i fondi richiesti dall'UNICEF per il Sudan meridionale ammontano a 31,4 milioni di dollari, pari a un quarto dell'appello totale per il Sudan.
 
Serviranno a vaccinare 9 milioni di bambini contro polio e morbillo, a prevenire una possibile epidemia di meningite, a fornire supporto nutrizionale a 325.000 bambini e donne incinte, a garantire un'aula in cui studiare a 500mila bambini che oggi non vanno a scuola, a formare migliaia di insegnanti, condurre campagne di prevenzione dell'HIV/AIDS e dei pericoli delle mine inesplose, e a molto altro ancora.

Sudan: Save the Children si ritira dal Darfur

E’ con grande dolore che Save the Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente di tutela e promozione dei diritti dei bambini,  annuncia di non essere più in grado di proseguire nell’intervento umanitario in Darfur  dopo la tragica morte di quattro suoi operatori,  in due distinti incidenti negli ultimi due mesi, e a seguito di ulteriori gravi episodi di insicurezza.

“Siamo profondamente turbati all’idea di non poter più offrire cure sanitarie, aiuto alimentare, protezione ed istruzione ai 250 mila bambini e rispettive famiglie sino ad ora coinvolti nei programmi di Save the Children in Nord e Sud Darfur”, dichiara Mike Aaronson Direttore Generale di Save the Children Gran Bretagna. “Tuttavia non possiamo continuare ad esporre i nostri operatori ad inaccettabili pericoli durante la loro attività umanitaria”.

Save the Children non smetterà di impegnarsi a favore della popolazione del Darfur per la quale e con la quale ha lavorato per 20 anni. L’auspicio è di riprendere le attività nell’area non appena le condizioni di sicurezza saranno ristabilite.

Save the Children continuerà a lavorare in altre zone del Sudan.

 

materiale tratto da www.wikipedia.org , www.savethechildren.it , www.unicef.it